domenica, 08 marzo 2009
A quei tempi il Columbia era il nome di una navicella spaziale americana, lo Space Shuttle che ogni tanto compiva qualche impresa astronautica (si dice astronautica? boh...).
Oppure era ed è cosi chiamato il nome di uno stato americano in cui c' è la capitale dell'unione, il famoso District of Columbia.
Se lo chiedevi però ad un adolescente degli anni '80 di Senigallia, forse aveva visto al Tg 1 Tito Stagno parlare al tg 1 dello Space Shuttle Columbia(dubito...), sicuramente non aveva la più pallida idea di cosa fosse il Distretto Americano con la città di Washington.
Era impossibile però che l'adolescente in questione non sapesse che in realtà il Columbia era un notissimo bar di Senigallia dove gli "studenti" trovavano il loro paradiso.
Il Columbia era sulla Statale all'incrocio con Via Perilli a fianco del sottopasso testè riverniciato da Cittadinanza Fattiva.
Ora al suo posto c'è un centro di telefonia che per esigenze di marketing ha le pareti tutte rosse.
Sono passati vent'anni ma sembra sia passato un secolo.
Il Columbia aveva il bancone che dava su via Perilli così come l'entrata.
Nel retro invece c'erano due biliardi e in fondo alla stanza buia e fumosa come di prammatica, uno stanzino dove ci si lanciava in partite a poker, a bestia, a mazzetto o a scala quaranta dove qualcuno ha perso anche gli occhi.
Ancora oltre al di là di un altra porticina, c'era ancora un ulteriore stanza, dove si poteva entrare solo dopo aver urlato la parola d'ordine, nella quale stavano accampati i più carismatici, i più grandi e i seghinari a rischio "scopertina".
Eh si, perchè finora mi sono scordato di dirlo ma il Columbia era un'autentico Eden dei seghinari.
Il "seghino" per chi non lo sapesse era la nobile arte di non andare a scuola all'insaputa dei genitori e trovando una coerente giustificazione coi docenti.
Molti secchioni o figli di papà di allora scambiavano il "seghino" per il giorno di vacanza dalla scuola concordato con i genitori per evitare interrogazioni multiple.
Erano solo dei miseri dilettanti.
Il vero seghino era quello in cui si partiva da casa con lo zaino (pieno di sigarette e cibarie) e con un libro in mano e non si arrivava mai a scuola.
Ovviamente il professionista doveva in qualche modo occultare lo zaino da qualche parte per fare in modo che qualora avesse incontrato parenti, conoscenti o professori avrebbe potuto dire che quel giorno "non sono potuto venire a scuola prof, dovevo fare una visita specialistica....".
Poi magari capitava che mezzora dopo la madre andava a parlare col professore durante l'ora di ricevimento e.......vabbè ve lo lascio immaginare.
Torniamo comunque a noi.
Il Columbia era per i seghinari ciò che l'Eldorado era per Cortes e i conquistadores.
Aveva tutti i pregi.
La barista allora era per noi abbastanza "vecchia" ma facendo due conti avrà avuto quarant'anni e poco più.
Era una donna che faceva scatenare le peggio fantasie erotiche.
Era piuttosto bona e aveva delle scollature vertiginose, peccato che noi la vedessimo di rado perchè raramente ci affacciavamo dalla parte del bancone.
Appena entrati infatti ci si fiondava nel retro a fumare come i turchi e a gettarsi in sfide a poker alle ultime mille lire.
Ah la lira, bei tempi, con duemila lire ci facevi una serata......
I biliardi occupavano la prima sala, quella dove ci si incontrava al mattino con i colleghi e dove si scambiavano le motivazioni del seghino e le strategie per non farsi beccare.
Questo scambio di esperienze era molto proficuo.
C'erano corsi di "Falsificazione Firma dei Genitori", stages di "Poker accelerato", dimostrazioni di "Biliardo e goriziana" e seminari su "La domenica calcistica".
Il tutto durava un oretta seduti sui biliardi, luogo in altri bar inaccessibile perchè altrimenti "si rovinava il panno".
Al Columbia del panno non gliene fregava una minchia.
Avere sessanta imbecilli che consumavano di tutto senza rompere i coglioni nel retro bar valeva bene un panno graffiato.
In quegli scambi culturali capitava sovente di avere a che fare con autentici fenomeni.
Ne ricordo uno che a Febbraio aveva fatto solo il primo mese di scuola e poi tutto seghino per quattro mesi.
A scuola erano convinti che si fosse ritirato, a casa erano convinti che stesse frequentando.
Un ginepraio dal quale non se ne esce. Quando lo vedevo stavo male per lui. Lui invece se ne sbatteva le palle.
Ai colloqui ovviamente il tutto venne alla luce e non lo vidi più.
Lo rividi qualche tempo dopo in tuta blu a smontare un sifone.
Era uno di quelli che avevano sprecato tre o quattro anni di vita perchè i genitori volevano il famoso pezzo di carta.
Se avesse iniziato subito a fare l'idraulico probabilmente in quei tre o quattro anni si sarebbe potuto comprare un appartamento.
Alle nove i seghinari prendevano posto negli stanzini del retro.
Gli ultimi arrivati in quello più "sfacciato" ma comunque abbastanza inaccessibile, i "vecchi" o quelli in pericolo di "scoperta" nel bunker inaccessibile.
Dicono che lì dentro ci abbia passato qualche anno anche Bernardo Provenzano quando i Nocs gli stavano alle costole.
La genialata del tutto però era il campanello collegato col bancone che con un bip prolungato o con un suono convenzionale consentiva alla barista, che meschinamente ci spalleggiava, di avvertirci dell'ingresso di qualche genitore che aveva avuto qualche soffiata.
Il "genitore incazzato" era inconfondibile.
Entrava dentro, non ordinava nulla e si guardava intorno.
Non aveva l'aspetto del fruttivendolo del Foro Annonario, ne del rappresentante di passaggio e tantomeno del finanziere della caserma vicina.
Di solito però i genitori incazzati o sgamanti si fermavano al bar.
Solo qualcuno provava ad affacciarsi ai biliardi.
Quelli del tavolo di vedetta comunque, posto tra i biliardi e la prima stanzina o quelli che rischiavano meno che di solito giocavano a biliardo, con un rapido passaparola segnalavano l'ingresso nel bar di persone sospette.
La barista poi ci metteva del suo, slacciava la camicia di qualche bottone col genitore uomo e chiedeva "Cerca qualcuno?".
Quello per non passare da imbecille rispondeva di No e se ne andava magari prendendo prima un caffè per motivare la sua presenza lì.
Una volta però successe l'irreparabile.
Non posso dire il nome ma dico solo che il tizio aveva un nickname di tre lettere che iniziava per F e finiva per O.
Non era di razza bianca e a Senigallia era un autentica istituzione. Lollo lo conosce di sicuro.
La madre entrò al Columbia ignorando il primo filtro rappresentato dalla barista, si disinteressò totalmente del secondo filtro costituito da quelli dei biliardi, entro nella terza stanza, quella nascosta ma non troppo e iniziò a guardare le facce dei presenti.
Il figlio era nell'ultima stanza quella più inaccessibile.
La madre però era un bulldozer, vide una porta e volle entrarci.
Quelli della terza stanza sbiancarono tutti.
Fortunatamente la barista, una che a colazione mangiava fil di ferro, iniziò a suonare il campanello in maniera sguaiata facendoci capire che qualcuno stava per violare la tomba di Tutankamon.
Capimmo tutto e F.O che qualcosa aveva subdorato si pose in un angolo e si fece seppellire di cappotti e zainetti.
La madre entrò ci guardò in faccia uno ad uno. Noi avremmo potuto essere i protagonisti del libro "Gli indifferenti" di Moravia.
Non si accorse del cumulo di zaini e cappotti nell'angolo a terra.
Uscii e il nostro amico riemerse come se avesse fatto un tuffo al terzo scanno. Si accese una sigaretta e disse "Io c'avevo una scala non rompè i cojoni ho vinto il piatto".
Quegli adolescenti che frequentavano quel bar probabilmente non hanno fatto molta strada nella vita.
Il buongiorno a volte si vede dal mattino.
Io personalmente nel mio ultimo anno di scuola ho saltato tutti i sabati e i lunedì di lezione.
Ma sono stato promosso anche perchè avevo un'età in cui allora qualcuno aveva già due figli.
Eravamo gente tranquilla, nessun delinquente, nessun teppista.
Solo fankazzisti all'ultimo stadio che ad un ora di chimica a sentir parlare di boro e bromo preferivano tentare una scala a incastro, o che piuttosto che commentare i Promessi Sposi prediligevano commentare gli articoli della Gazzetta.
Ora passo davanti a quel luogo con mia moglie e le mie figlie e i soliti flah back si affollano nella mia mente.
Rivedo la scritta Columbia bianca e rossa. Non vedo telefoni ma un vecchio bancone e una barista procace ispiratrice di mille sogni adolescenziali dove la castità non c'entra nulla.
Rivedo un gruppo di ragazzotti seduti ai bordi del biliardo e una stanza fumosa.
Rivedo i miei vent'anni di ventanni fa.
Penso che ci bastava poco per sentirci inutili.
Penso che nella vita abbiamo combinato poco, non avevamo la stoffa per sfondare.
Dentro al Columbia però, il nostro regno, ci sentivamo invincibili, conoscemmo l'amicizia, la solidarietà, il poker.
Non c'erano telefonini per documentare stupri o amplessi tra adolescenti.
Semplicemente perchè non c'erano stupri, branchi e soprattutto non c'erano amplessi perchè nessuna ce la dava.
Ogni tanto sono rientrato in quel post, l'ultima volta tre giorni fa.
Niente è rimasto come allora. Niente.
Per un'attimo però invece di chiedere informazioni sulla mia linea Adsl mi è venuto da chiedere un mazzo di carte da scala o le bocce del biliardo........
Formidabili quegli anni.....
venerdì, 06 febbraio 2009
clicca per ingrandire
domenica, 01 febbraio 2009
L'illustrazione del post è a cura di Arianna
Guardo mia figlia camminare faticosamente per la prima volta.
I suoi passi sono timidi e impacciati ma man mano che si succedono il suo viso si apre in un sorriso sempre più grande.
Cammina piano e tiene le braccia leggermente aperte per bilanciarsi, mentre il suo sguardo e il mio fissano attenti un punto davanti a lei.
Quando mi raggiunge sembra voler dire "Hai visto ce l'ho fatta, e voi che già vi preoccupavate perchè a sedici mesi camminavo ancora a quattro zampe..".
Lei si mette a giocare con Tito un animale di pelo che dopo mesi non ho ancora capito a quale specie appartenga.
Dalle orecchie potrebbe sembrare un coniglio, ma anche un gatto o un orso.
Lei gioca e io continuo a guardare avanti. Non solo nello spazio ma anche nel tempo.
Penso ai suoi trentanni e ai miei eventuali settanta.....
Sono nato nel 1968 ed ho sempre vissuto tra la sponda marottese del Fiume Cesano e Senigallia.
Ho abitato dodici anni in via Annibal Caro ai margini del Rione Porto.
Guardo avanti dicevo ma anche indietro e rivedo la Senigallia degli anni Settanta.
Il Vivere Verde era campagna. Dietro la chiesa del Portone c'erano una palude e una casa colonica.
Oggi c'è un quartiere di novemila abitanti.
Guardo Viola e penso al suo futuro come spesso mi capita.
Penso a delle cifre, cifre che elaboro a braccio. A forza di leggere gli articoli della professoressa Paradisi mi sono appassionato ancora di più alla statistica.
A occhio e croce, negli ultimi quarant'anni Senigallia ha raddoppiato la sua superficie.
Vicino a quartieri ben disegnati come Vivere Verde e le Saline, dove ampie strade, servizi, parchi assicurano una qualità della vita molto alta ci sono luoghi cresciuti senza criterio nè ordine, privi di qualsiasi progettualità.
Penso a Borgo Passera dove una piccola frazione prova ad arrampicarsi su una collina di rara bellezza.
Penso a Borgo Ribeca e Borgo Coltellone dove nonostante una già alta densità abitativa e nonostante progetti di ampliamento di strade di grande counicazione si è continuato a concedere il permesso di tirare su condomini in ogni fazzoletto di terra.
Penso alla nazionale strozzata dal traffico, anche questo aumentato in modo esponenziale.
Penso alle palazzine lungomare, tristi ritiri di maturi milanesi o romani, che assomigliano vagamente ai palazzi della Sarajevo bombardata e che nel lungo inverno senigalliese spazzato dalla bora diventano dimora di prostitute sudamericane o russe.
Penso al quartiere di Cesanella lasciato nel degrado.
Penso alla politica dei Centri Commerciali che ha ucciso le antiche botteghe del centro e i negozi di famiglia, per fare spazio a colossi inutili per una città come Senigallia.
Penso a tutto questo e mi chiedo: "A questo ritmo di espansione che futuro ci aspetta?".
La Senigallia dei trent'anni di Viola (mia figlia) sarà un pezzo di una megalopoli che va da Rimini a Pescara.
Duecentocinquanta chilometri ininterrotti di città senza interruzione di continuità.
Senigallia però, più fortunata di altri luoghi pianeggianti ha alle spalle le sue meravigliose colline.
Si colonizzeranno anche quelle perchè l'edilizia non si può fermare. Dicono.
Arriveremo ad Ostra con nuove villette a schiera intitolate "Verde Collina" o "Monticello in fiore". Una presa per il culo.
Le automobili, già in media tre per famiglia aumenteranno nonostante la crisi.
Quando un ragazzo compie diciotto anni la macchina la deve avere.
Magari una vecchia Panda per scarrozzare. Magari.
Magari dico io potrebbe fare a turno con la macchina di famiglia e se non c'è farsi una pedalata. Magari.
Tra trent'anni non ci sarà più posto nè per le bici, nè per i pedoni.
Ci saranno solo macchine in cerca di parcheggio. Vogliamo stare comodi: "Mi sono comprato la macchina, non pretenderai che la lascio in garage..e poi che palle c'è pure la Complanare che ha ridotto il traffico in città quindi c'è più posto per tutti, prendiamo Suv, apetti, scooteroni e scooterini. Ma non chiedermi di andare a piedi."
Viola a trent'anni dovrà barcamenarsi tra macchine e palazzi e non saprà il significato di parole come insalata, gallina, pianura, aria.
Troppo pessimista? Forse si.
Però in questa grigia mattina di gennaio, guardando le nubi che si addensano laggiù verso i balcani come un immenso e minaccioso gigante, questo
scorgo all'orizzonte.
La prendo in braccio e lei è ignara di tutto. Per fortuna.
Mi guarda coi suoi occhi grandi.
Rifletto.
E' necessario che la sua generazione sia artefice di una rivoluzione che dovrà salvare il mondo.
Dobbiamo, però, essere noi a crescere i nostri figli in modo diverso.
Spezziamo le catene di questa insulsa "era della comodità" e ricominicamo a lavorare.
A far lavorare le nostre gambe e il nostro cervello.
Tra trentanni tutte le Viole del mondo tireranno un sospiro di sollievo tenendo in braccio il loro bambino.
Lo porteranno in un prato a correre dietro a un aquilone o a spasso serene per gli splendidi viali di questa città e sarà anche un po' merito nostro se ci saremo impegnati affinchè le cose cambino.
In caso contrario saremo i principali artefici del nostro inesorabile declino, consumato sull'altare della fretta e di un fittizio benessere.