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mercoledì, 13 maggio 2009
author: quilly @ 06:31
category: bruce springsteen
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BRUCE SPRINGSTEEN di Lorenzo Beciani - Sesta Parte

link alle puntate precedenti

Siamo ormai al 2007 con l'ennesimo album con i vecchi amici della "E" Street. Magic. La mano del nuovo produttore (presente anche in The Rising), Brendan O'Brien si sente tanto che adesso si parla di "E" Street-sound definitivo.


Forse non ci sarà nessun pezzo in grado di essere paragonato alle pietre miliari del passato, però la sua capacità di scrivere testi, di entrare in sintonia con le persone e le loro storie non è cambiata affatto. Dal punto di vista strettamente musicale oltre a brani "classic rock" come Last to Die o Gipsy Biker c'è anche qualcosa di nuovo, di fresco come Girls in their Summer Clothes che apre a Bruce spazi "pop" di classe mai più esplorati dopo la sbornia di Born in the USA . Proprio da lì si riparte, è storia recente, del febbraio 2009, con l'ultimo album, Working on a Dream, con O'Brien alla produzione e la "E" Street a pestare sugli strumenti.

Due singoli in linea con le sonorità di Magic, come la title track e My Lucky Day, e poi tanti pezzi sulla falsariga di Girls in Their Summer Clothes, con arrangiamenti molto moderni, che preannunciano un futuro in questa direzione per la dimensione "in studio" della Band...perché dal vivo è tutta un'altra cosa, la solita "E" Street, il miglior spettacolo rock della storia e il piccolo show che hanno tenuto al Superbowl di febbraio 2009 ne è solo un piccolo assaggio.

L'ho fatta lunga vero? Spero che qualcuno sia arrivato fino in fondo, perché in tal caso avreste percorso in qualche minuto una delle storie più eccitanti, emozionanti, elettrizzanti, esaltanti della storia della musica, quella di un ragazzo come tanti di una delle migliaia di periferie americane che ha saputo percorrere fino in fondo il suo sogno che poi è anche il sogno di tutti ...someday girl, I don't know when, we're gonna get to that place, where we really want to go and we'll walk in the sun, but till then tramps like us baby we were born to run....
(CONTINUA)

mercoledì, 15 aprile 2009
author: quilly @ 18:16
category: bruce springsteen
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BRUCE SPRINGSTEEN di Lorenzo Beciani - Quarta Parte

link alle puntate precedenti

 

Nel 1986 esce l'album Tunnel of Love. E ancora il momento di una svolta. Come dopo The River, quando si aspettava l'album "rock" della consacrazione definitiva e invece è arrivato il cupo e inquietante Nebraska, così dopo Born in the USA logico sarebbe stato capitalizzare il successo planetario con un album simile. Invece Tunnel of Love sembra un concept album e, pure, straordinariamente autobiografico, come mai lo sono stati gli album di Bruce finora. Sembra la storia di un uomo in dubbio, che nel mezzo di una tempesta cerca un amore che lo guidi. Ma invece delle bellezze e del romanticismo del tunnel dell'amore, dove gli innamorati si stringono in barchette a forma di cigno, rimane solo il buio e la paura di essere rimasto solo. Qui Bruce scrive alcune delle sue canzoni più ispirate come Cautious Man, Walk Like A Man, Ain't Got You. Si capisce bene il tormento di un uomo baciato dal successo in grado di essere idolatrato in un concerto da 100.000 persone, ma incapace di difendere e proteggere i veri sentimenti e in definitiva il suo amore. Questa chiave di lettura sarà negata all'inizio da Springsteen, che sostenne che si trattava di storie universali (e su questo nessun dubbio) senza alcun richiamo alla sua vita privata. Invece il suo matrimonio stava andando in pezzi con la strafiga che veniva piano piano soppiantata nel suo cuore da una delle coriste che la "E" street band aveva utilizzato nel tour di Born in the USA, tale Patti Scialfa che di mestiere faceva la cantante sulla costa del Jersey e ha colto al volo l'opportunità di entrare nella band. Nel 1988 la loro storia viene resa pubblica con l'inevitabile divorzio, ma quello stesso anno la sua carriera è ad un punto di svolta fondamentale. Al termine del tour compiuto insieme a Sting e Tracy Chapman per Amnesty International, Bruce annuncia che dopo quasi vent'anni non avrebbe più suonato con la "E" Street Band e che i ragazzi erano liberi di accettare qualsiasi altra proposta. Lo schok della notizia fra i fan, soprattutto quelli della prima, ora fu enorme. Seguono cinque anni di assoluto silenzio fino al 1992 anno in cui viene annunciata l'uscita non di un album doppio, bensì di due album nello stesso giorno. Bruce nel frattempo si è trasferito in California (...I've bought a burgeois house on the Holliwood hills...), si è sposato con Patti Scialfa, ha messo al modo un figlio, insomma di cose ne ha fatte anche se molto lontano dai riflettori. Human Touch e Lucky Town (questi i titoli dei due album) raccontano tutto questo, un uomo felice che ha vissuto una vita "piena" e che trova ancora modo di emozionarsi e sorprendersi di fronte a quello che la vita stessa gli pone dinnanzi. Dal punto di vista musicale, diciamolo francamente, un mezzo disastro. Canzoni facili, arrangiamenti molto pop o quantomeno ammiccanti, insomma per la prima volta mancava il marchio di fabbrica del "E" Street sound e si sentiva. I musicisti messi insieme da Bruce per il tour vennero soprannominati dai fan "i pellegrini", tanto per non rendere impietoso il paragone con i membri storici della band. E fu un peccato perché le esibizioni live di Bruce di quel periodo sono fra le più tirate ed emozionanti, solo che non è supportato da una band degna di tal nome.
(continua)
lunedì, 30 marzo 2009
author: quilly @ 23:09
category: bruce springsteen
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BRUCE SPRINGSTEEN di Lorenzo Beciani

(Link alla Seconda Parte)

Finito il trionfale tour del 1981 ormai Bruce ha smesso di essere "the next big thing" della musica rock.
È proprio il rock and roll. In un periodo in cui il punk ha spazzato via tutta la fuffa post-summer-of-flower, in cui la musica si stava aggrovigliando su se stessa è rimasto l'unico in grado di produrre musica moderna, ma che camminasse nel solco tracciato da Elvis in poi.

Lo stesso anno si trova in casa sua a registrare alcune canzoni da far sentire poi alla band per il nuovo album, ne registra un po' con un registratore quattro piste suonando chitarra e basso. Solo che le versioni full band di quelle canzoni non lo convincono del tutto e allora ritiene che la cosa migliore da fare fosse pubblicare proprio quelle tracce acustiche registrate a casa sua (in una si sentono anche i rumori della sedia di legno su cui era seduto).

Esce Nebraska. Copertina in bianco e nero e scritte rosso sangue. Le storie si fanno scarne così come la musica. Nebraska, la canzone, è la storia di Charlie Starkweather, già ripresa dal regista Terence Mallik a metà dei settanta nel film, "Badlands, la rabbia giovane" che insieme alla sua ragazza si macchiò di vari omicidi in una roccambolesca fuga, inseguiti dalla polizia, durata vari giorni. Anche in questo album non mancano le storie e i loro personaggi, come Johnny 99 condannato a 98 anni più uno per aver ucciso un poliziotto dopo che si era ubriacato per aver perso casa e lavoro, oppure Joe Roberts, poliziotto che insegue il fratello che aveva appena ucciso un uomo e poi lo lascia fuggire oltre il confine perché «...un uomo che gira le spalle alla propria famiglia è un poco di buono...».

Reason to Believe è l'ultima canzone del disco ed è anche quella in cui, forse, si raggiunge il punto di maggior disillusione e di sfiducia nel futuro. Indubbiamente l'album spiazzò molte persone (e non sarà l'ultima volta nella sua carriera), anche se Nebraska sarà un album amatissimo dai fan e che aprirà a Bruce nuovi scenari, basti pensare che Johnny Cash, all'epoca già icona vivente della country music, fece ben due cover da Nebraska subito dopo la sua uscita.

Il 1984 fu l'anno della svolta mainstream, i boss della Columbia spingevano perché Bruce facesse un album rock con sonorità molto vicine al pop....molto anni ottanta per intenderci. Bruce aveva qualche canzone rimasta fuori da Nebraska, fra cui la storia di un reduce dal Vietnam che ritorna nella sua città dopo la guerra e la trova diversa, si sente estraneo, viene rifiutato dal suo vecchio datore di lavoro e si trova in mezzo ad una strada dopo aver combattuto per il suo paese. Un gran lavoro sugli arrangiamenti fa di questo dramma personale uno dei più grandi equivoci della storia della musica: Born in the USA.

Sintetizzatori a palla e batteria in primissimo piano, insieme al ritornello urlato a pieni polmoni faranno pensare ad una dichiarazione orgogliosa e fiera di "essere americano" che, non dimentichiamo, siamo nell'era di Rocky e Rambo, non è esattamente quello che Bruce avrebbe voluto dire. Piuttosto il contrario, era il grido disperato di tanti americani che hanno visto infrangersi e sgretolarsi il sogno americano su cui erano vissuti nel decennio precedente e che adesso venivano stritolati dalle politiche reganiane. A proposito anche il vecchio Ronnie tenterà di appropriarsi del successo di Bruce, elogiandone le qualità di perfetto "figlio dell'America".

Ormai il music business si è messo in moto. Il manager chiederà a Bruce un pezzo da far uscire come singolo da aggiungere all'album e lui scriverà in pochissimo tempo Dancing in the Dark che aprirà la strada in tutto il mondo al successo di Born in the U.S.A., che diventa fenomeno di massa. Vende oltre ventimilioni di copie e, con Madonna e Michael Jackson, Springsteen entra nella triade dei più famosi cantanti del mondo. Nel frattempo si sposa, mica con una qualunque, con un ex-miss America, tale Julianne Philips. Tutte queste cose fanno un po' storcere il naso a molti dei suoi fan della prima ora. Il successo planetario, una canzoncina pop come Dancing in the Dark, il matrimonio con una figona di Beverly Hills, molto lontana dalle sue origini, sono tutte cose che fanno pensare alla perdita della purezza, ad una certa mancanza di sincerità, insomma un allontanamento da tutti quei valori che lo avevano fatto tanto amare dai fan.

Eppure basterebbe leggere i testi di quell'album e non lasciarsi confondere dalla confezione per capire che il percorso non ha deviato di una virgola. Molte canzoni sono prese dalle session di Nebraska, quindi vivono dello stesso clima, seppur camuffato da valanghe di organo hammond, sintetizzatore, schitarrate e sassofono a fiumi. Il tour di Born in the U.S.A. è quello che ha fatto conoscere Bruce praticamente a tutti. Per la prima volta in Italia, si trova di fronte uno stadio San Siro farcito di gente con l'organizzazione costretta a mettere un maxischermo all'ingresso per permettere a tutti di seguire lo spettacolo. Oltre alla stra-famosa title track non si possono non ricordare altri pezzi, come Glory Days, Bobby Jean, No Surrender, My Hometown, I'm on fire, quasi tutti pubblicati come singoli e anche loro baciati dal successo delle classifiche

(continua)
domenica, 22 marzo 2009
author: quilly @ 11:47
category: bruce springsteen
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Dopo la prima parte del post dell'amico Bec su Bruce Springsteen e con una settimana di ritardo, ecco la seconda ma non ultima puntata di questa avvincente biografia del grande rocker americano.
Leggetevela tutta d'un fiato come ho fatto io e gustatevi il bellissimo video che ho messo a corredo del post.
Grazie a voi e al mitico Bec!

BRUCE SPRINGSTEEN di Lorenzao Beciani




(Link Prima Parte)

Sa benissimo che è la sua ultimissima possibilità, entra in studio con una marea di canzoni e inizia a registrare. Un lavoro che durerà più di un anno in cui Bruce mostrerà di essere un perfezionista molto pignolo, costringendo la band a lavorare giorno e notte per correggere tutte le possibili imperfezioni e scartando un numero di pezzi quattro o cinque volte superiore a quelli che poi verranno messi nel disco. Durante le registrazioni accade un avvenimento che è ormai passato alla storia del rock. Una delle firme più seguite della rivista Rolling Stone (che allora era veramente la Bibbia del Rock) va a vedere un concerto di Bruce a Cambridge in Massachusetts, torna a casa e inizia a scrivere un pezzo che inizia esattamente così: «Sono le quattro del mattino e piove. Ho appena compiuto ventisette anni e mi sento vecchio ascoltando i miei dischi e ricordando come erano diverse le cose soltanto dieci anni fa. Ma stanotte c'è qualcuno di cui posso scrivere nel modo in cui scrivevo dieci anni fa, senza riserve di nessun tipo. Ieri all'Harvard Square ho visto il passato del rock and roll balenarmi davanti agli occhi. E ho visto anche qualcos'altro: ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen. E in una notte in cui ho avuto bisogno di sentirmi giovane, mi ha fatto sentire come se stessi ascoltando musica per la prima volta» John Landau dopo qualche settimana lascerà il suo lavoro al giornale e diventerà il produttore e manager di Bruce dando la spinta conclusiva per far uscire uno degli album più importanti della storia della musica rock: Born To Run. Era l'anno di grazia 1975 Bruce aveva 26 anni e a questo punto aveva cambiato le sorti della musica rock. Qualcuno (molti) dicono "salvato" la musica rock, che all'epoca si stava avviluppando su se stessa dietro interminabili suite di gruppi progressive ed ancora non vedeva all'orizzonte la catarsi punk.
Born to Run si apre con Thunder Road che, diciamo la verità, è forse la canzone più amata dai fan duri e puri. Il protagonista che invita Mary ad uscire di casa, a salire in macchina, e a correre via con lui, perché quella è una città piena di perdenti e lui se ne sta andando per vincere descrive perfettamente quello che Bruce vuole dire in quel momento. Scappare da un presente grigio e buio, correre via verso un destino migliore, meglio in coppia che da soli, perché quelli come noi sono "nati per correre". Ecco Born to Run è l'inno romantico di chi cerca la fuga, di chi vuole fuggire da una condizione che non accetta più, ma con i piedi sempre ben piantati per terra tanto che il protagonista di Thunder Road chiede alla sua Mary di scambiare le sue ali con delle più utili ruote (...to trade in these wings on some wheels...). L'album contiene anche due gioiellini rock come Night (quasi proto-punk per velocità e violenza espressiva) e She's the one (omaggio a Bo Diddley e ad un certo rock'n'roll anni 50), un pezzo oscuro che richiama le atmosfere dei primi album come Meeting Across the River (impreziosito addirittura da un assolo di tromba) e un pezzo con accenni soul come 10th Avenue Freeze Out (vero documento fondante della "E Street Band"). Gli ultimi due pezzi che mancano all’appello sono due lunghe ballads che riassumono alla perfezione le tematiche di questo primo periodo. Jungleland, la narrazione di un amore contrastato sullo sfondo di una guerra tra gang e Backstreets la struggente storia della fine di un'amicizia. Due veri capolavori, due piccoli film a cui mancano solo le immagini. A questo punto la strada sembra essere tutta in discesa, con la critica a favore, il pubblico sempre più conquistato e un disco che parla di amore e speranza a fare da biglietto da visita per conquistare, a suon di concerti epici e leggendari il grande pubblico. A fermare, se non proprio il successo, che continua a crescere, almeno la possibilità di registrare album, è una causa legale con il suo ex manager che durerà quasi tre anni e che lo farà riflettere molto. Alla fine, siamo nel 1978, esce Darkness on the Edge of Town. Già dal titolo si capisce che qualcosa è cambiato rispetto alla cieca fiducia nella fuga, nell'amore e in fondo nel futuro che si trovavano in Born to Run. Se vuoi qualcosa devi pagare un prezzo, e questo prezzo può anche essere molto alto. E allora inizia a farsi spazio la rabbia, la voglia di emergere e la consapevolezza che non abbiamo tutta la libertà che abbiamo sognato. Una rabbia esplicitata in brani come Badlands o The Promised Land, insieme alla disillusione della title track. Inoltre in questo album sono presenti due pezzi che hanno a che fare con il rapporto tra Bruce e suo padre, Adam Raised a Cain ( e il titolo è già abbastanza esplicativo) e Factory in cui, per la prima volta, il vissuto personale si intreccia con tematiche sociali come la condizione operaia. Da adesso in poi il treno è veramente lanciato, i concerti di quel tour entrano di diritto nella leggenda della musica rock, i primi dischi clandestini, i cosiddetti bootleg, che contenevano registrazioni pirata, ottengono un successo enorme e contribuiscono ad aumentare la fama di Bruce e della E Street come straordinari performer. Di quel periodo è anche Because the Night che Bruce scrisse e Patti Smith portò al successo nel suo album Easter. La prolificità artistica di Bruce di quel periodo lo portò nel 1980 a far uscire un album doppio. The River.
Dove può permettersi di infilare pezzi di puro rock and roll insieme a ballads molto intime come Indipendence Day (un altro capitolo del tormentato rapporto con il padre) o Drive All Night (un brano in cui tira fuori una performance vocale di una intensità forse mai più raggiunta poi), un singolo di successo come Hungry Heart (inizialmente destinato ad essere prestato nientemeno che ai Ramones) e un classico come The River. The River è, non solo per la sua posizione, alla fine del primo disco, un episodio centrale di questo lavoro. La storia è molto semplice: due ragazzi si conoscono a scuola, si amano, lei rimane incinta, si sposano e poi l'amore piano piano finisce. Può essere la storia dei due ragazzi di Thunder Road dipinta con crudo realismo, dopo le illusioni romantiche di fuga e di speranza di una vita migliore. Del resto «...un sogno se non si avvera è una bugia o qualcosa di peggio...?» come si chiede il protagonista al termine della storia quando si reca al fiume dove era solito rifugiarsi con la sua amata e che trova malinconicamente secco..... (continua)


lunedì, 09 marzo 2009
author: quilly @ 14:42
category: bruce springsteen
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Tempo fa ho chiesto all'amico Lorenzo Beciani di scrivere un post per il mio blog sul suo mito Bruce Springsteen che è anche tra i musicisti che io stesso apprezzo di più.
Non sapevo però che il pazzo si mettesse giù di così buona lena e mi mandasse un allegato in Word di 12 pagine con 34000 caratteri.
Ho iniziato la lettura di questo libro, perchè di un libro si tratta sia per la lunghezza che per i contenuti, e sono rimasto letteralmente sbalordito dalla bravura del nostro "Bec" e dalla sua competenza musicale generale e "Springsteeniana" in particolare.
Il "libro" si legge di un fiato ma per ovvi motivi non posso inserirlo tutto in una volta anche se sono stato fortemente tentato.
Lo metterò a puntate e lo proporrò a tutte le maggiori riviste del settore italiane, perchè voglio trovare lavoro al "Bec" per quanto appenderà il costume al chiodo.
Bec però mi raccomando, quando appenderai il costume al chiodo ricordati di avere addosso l'accappatoio, altrimenti non vorremmo essere lì........


BRUCE SPRINGSTEEN di Lorenzo Beciani

Quando l'amico Quilly, incontrandomi in chat sul passatempo più dannoso di questo scorcio di millennio, mi ha proposto di scrivere un post sul suo blog riguardo Bruce Springsteen, non ci ho pensato due volte a rispondere con un sì convinto ed entusiasta. Per una serie di motivi, primo fra tutti l'onore di scrivere come autore su uno dei miei blog preferiti, poi per una sfilza di ragioni di ordine politico e religioso.
Perché Springsteen non ha semplici fan o ammiratori, Springsteen ha dei seguaci, degli adepti. Gente disposta a fare quasi tutto pur di seguirlo, pur di essere in prima fila ad un suo concerto, a spendere qualsiasi cifra per essere presenti ad almeno sette-otto date in giro per l'Europa o addirittura in USA («...perché il pubblico spagnolo è fantastico QUASI come quello italiano...perché...fa tre concerti a Londra, vuoi non andare ad almeno due...ti vuoi perdere Dublino, ti ricordi che concerto che ci ha fatto due anni fa?... a Parigi bisogna andare sempre lui si lì esalta un bel po'...i migliori concerti li ha fatti spesso in Belgio io ci vado a tutti e due...ho preso i biglietti per Monaco, tanto da Milano sono solo quattro ore e io per arrivare a Milano ci metto solo cinque ore... quest'anno chiude il tour con dieci concerti al Madison Square Garden prendo i biglietti per tutti, così mi ci scappa una vacanzina a New York...» e vi assicuro che frequentando mailing list e forum a lui dedicati frasi come queste sono fra le più assennate...)
Non sto qui a dilungarmi su tutta la fenomenologia springsteeniana, una lunga serie di studiosi lo ha già fatto con molta più autorevolezza di me, però è effettivamente vero che nessun artista ha un seguito di fan così fidelizzato e devoto. Provate a fare un esperimento, entrate in un forum, o in un blog musicale a caso, che ne so quello di Assante su Repubblica, quello del Mucchio, e provate, così per gioco, a scrivere qualcosa contro Springsteen, mica di offensivo o volgare, basta una cosa tipo «mi sa che nell'ultimo album i testi di Bruce siano un filino sotto la sua media». Nel giro di pochissimo verrete subissati da quintali di messaggi che vanno dal pilotto filosofico/sociologico di analisi sui testi che metterebbe in crisi anche Eugenio Scalfari, fino alla richiesta di farvi incenerire su un rogo per il reato di lesa maestà e offese alla religione. Insomma c'è una specie di polizia culturale springsteeniana che pattuglia la stampa, cartacea e online, per far si che non venga messa in dubbio la VeraFede.
Quindi mi vesto da apostolo e cerco anch'io di fare del proselitismo in mezzo a voi pagani...
Cominciamo dall'inizio, cioè circa dalla metà degli anni 60 quando Bruce è nel pieno dell'adolescenza e la trascorre nel luogo dove è nato cioè nel New Jersey. Che non è esattamente il posto più bello d'America, anzi. È uno degli stati più ignorati e sconosciuti degli USA, sconosciuto dagli americani stessi, sanno solo che sta intorno a New York, una enorme periferia di capannoni, fabbriche e anonime cittadine.
Eppure sulla costa c'è una fiorente scena musicale nei locali e nei bar sia d'estate che d'inverno, in particolare in una cittadina, Asbury Park, dove il giovanotto si è trasferito e dove intreccia una fitta rete di relazioni con tanti musicisti e cantanti con i quali manterrà rapporti talmente stretti da continuare a suonare con loro per il resto della sua vita.
Cerchiamo di inquadrarlo nel contesto musicale dell'epoca. A sette anni rimane fulminato dalla visione di Elvis all'Ed Sullivan Show, a sedici il primo colpo di rullante di Like a Rolling Stone lo fa impazzire e negli ultimi anni dei sessanta la british invasion di Beatles, Rolling Stones, e simili lo proietta in un'altra dimensione. Insomma all'inizio degli anni settanta quando ha 21/22 anni è un enorme juke-box pieno di musica di ogni genere con influenze che vanno da Roy Orbison a Chuck Berry, da Hank Williams a Woody Guthrie, dagli Animals agli Who. Ovviamente migliaia di ragazzi hanno le stesse influenze e gli stessi gusti solo che il giovanissimo Bruce ha una cosa che gli altri, nessun altro ha di sicuro: talento, tantissimo talento, indubbiamente più di chiunque altro in quel periodo. Tralascio tutta l'aneddotica di cui sono ricchissimi tanti siti e libri che si occupano del primissimo periodo della carriera di Bruce, dai gruppi musicali del liceo ai profondi contrasti con il padre, dal Vietnam evitato per caso ai primi successi lungo la costa del Jersey. Fatto sta che nel 1971 arriva l'occasione. Nei panni di John Hammond, talent scout della Columbia Records (tanto per dire nel passato aveva scoperto gente del calibro di Aretha Franklin, Billie Holiday e Bob Dylan) che in quel periodo stava cercando disperatamente qualcuno da lanciare sotto l'etichetta "IL NUOVO DYLAN", visto che quello originale all'epoca stava attraversando uno dei periodi "minori" della sua carriera. All'inizio del 1972 esce, dunque, il primo album di Bruce Springsteen, intitolato "Greetings from Asbury Park, NJ". Ancora senza una band fissa il primo album contiene una serie di canzoni molto legate ai luoghi e ai personaggi della sua adolescenza. Non tanto seguito dal pubblico e dalla critica la Columbia decide comunque di dare una seconda chanche al giovane Bruce che nel giro di qualche mese dà alle stampe il secondo album: "The Wild, the Innocent and the E Street Shuffle". Già da queste due prime prove emerge subito una delle caratteristiche di Springsteen. Quella straordinaria capacità di scrivere canzoni come fossero sceneggiature o, se volete, piccole sceneggiature sottoforma di canzoni. Le storie dei suoi personaggi, tutti appartenenti a quel sottobosco periferico di piccoli delinquenti, ragazzi border line, working class, tutti ai margini del sogno americano che in quegli anni cominciava già a mostrare le prime incrinature e che sarebbe crollato di lì a poco sotto i colpi di una guerra sbagliata (dal Vietnam cominciavano ad arrivare centinaia di bare avvolte dalla bandiera a stelle e strisce) e di una crisi economica che avrebbe impoverito e indebolito larghi strati della popolazione. Le sue canzoni si affollano di personaggi vivi e reali, descritti in maniera così precisa e dettagliata da non poter non lasciare il segno nell'ascoltatore. E così questi primi due album sono pieni di Spanish Johnny, Puertorican Jane, Sandy, Rosalita, Bigbonesbilly, Crazey Janey, Hazy Davy, Billy e tanti altri senza nome, come il soldato straccione di "Blinded by the Light" o il pilota di corse clandestine di "Lost in the Flood" che scompare nella notte con la scritta "bound for glory" sulla fiancata della macchina. In questi due album molto ravvicinati Bruce pone le basi di quel suo universo di riferimento che rimarrà stabile per tanti anni fino a quando, molto più in là con gli anni, amplierà il suo orizzonte sugli USA e sul mondo. Ma fino ad allora piedi ben piantati in quel New Jersey (post)industriale e decadente e sguardo inevitabilmente rivolto verso New York, la metropoli dalle mille luci che per uno del Jersey stava solo a qualche miglio di distanza, di là dal tunnel che attraversa l'Hudson River. Significativo che l'ultima canzone del secondo album si intitoli proprio New York City Serenade, una lunga ballad dedicata alla città e alla sua folla di balordi e piccoli delinquenti. Il problema è che dopo due mezzi flop (la Columbia continua a promuoverlo come il nuovo Dylan, come la nuova promessa della musica folk, quando lui si muove ormai su altri livelli con un mix di stili che vanno dalla ballad, al rock e persino al funk e al jazz). A questo punto la sua carriera sembra bruciata dopo soli due album, ma a salvarlo è una cosa sola. I suoi concerti. A 23 anni, dopo centinaia di concerti in piccoli locali e nei bar della costa, ha accumulato un'esperienza invidiabile e a questa si aggiunge una straordinaria capacità di stare sul palco e di coinvolgere il pubblico. I suoi concerti sono straordinari set che durano ore nei quali Bruce e la sua band, ormai la "E Street Band", sparano addosso al pubblico uno spettacolo di rock and roll di intensità e energia all'epoca assolutamente inusuale. La fama che non ha ottenuto con gli album comincia ad arrivare tramite il tam tam tra i fan che si narrano le mirabolanti imprese live dell'uomo del Jersey e della sua fidata band. La Columbia decide di provarci ancora (bravi!) e Bruce ha l'occasione di far uscire un nuovo album.

(continua)

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