ERA MIO PADRE
di Quilly
Siamo nella città di Pergola a metà degli anni '80. Io e mio padre ambulanti. Io gli do una mano, poco meno che ventenne.
E' estate. Nella bancarella a fianco alla nostra c'è Mohamed, cittadino marocchino che da anni vive in Italia a Umbertide. Vende dischi, audiocassette, magliette, il classico banco da Fiera di paese. Tenta di sbarcare il lunario con dignità, ma è perfettamente integrato in Umbria dove vive. Con lui una mattina si presenta Nadir.
Nadir è un bambino di poco più di dieci anni. I capelli arruffati e neri che quasi sembrano blu. Meduse che si ribellano in testa, spessi come chiodi. La pelle scura, gli occhi neri e grandi, i denti bianchissimi in un viso magro e affilato.
Nadir è lo zio Mohamed sono di una stirpe di una bellezza che lascia di sasso. Mohamed ha uno sguardo di fuoco che sembra tagliarti a fette. Sembra un guerriero berbero pronto alla battaglia. I suoi occhi ti trapassano come una spada. Nadir invece mi ricorda un cucciolo, con gli occhi spalancati e incantati, accompagnati sempre da un velo di allegra tristezza. Mio padre scherza con lo sconosciuto Nadir, come è suo solito. Mohamed ci spiega che il ragazzo è figlio di suo fratello che, in Marocco, è venuto a mancare da pochi giorni.
Lo zio non lo coccola. Lo tiene a distanza, lo redarguisce, lo comanda, lo bada. Nadir con l'eterno sorriso stampato sul volto però non ha bisogno di alcun rimprovero nè di nessuna guida, è l'emblema della bontà. Mio padre è anche lui orfano di padre dall'età di tre anni. Vedo che guarda il bambino senza parlare ma la sua bocca accenna un sorriso.
Mio padre è stato emigrante. In mia presenza non l'ho mai sentito pronunciare una frase razzista. Non l'ho mai sentito dire frasi del tipo: "Questi qua se ne devono tornare a casa". Fare il muratore per 12 anni in Svizzera, significa capire che quando uno ha fame cerca di mangiare, non c'è pezzo di carta che tenga. E' questo che mi ha sempre insegnato. Ad un certo punto Nadir fa qualcosa di cui non ci accorgiamo, probabilmente fa cadere un disco o rompe involontariamente un qualche oggetto.
Lo zio con fermezza, ma con uno sguardo che mi fa quasi svenire, inizia in lingua araba a rimproverarlo con durezza. I due sono su due livelli distanti anni luce. Lo zio comanda, il nipote deve obbedire, il resto non conta. Mentre parla, Mohamed gli punta il dito contro senza apparentemente considerare che suo fratello è morto da pochi giorni e che il ragazzo, forse, merita comprensione. La vita è dura e continua.
Davanti allo zio che con calma ma con severità lo rimproverà, Nadir mantiene i suoi enormi occhi spalancati e attenti, e un espressione di autentico dispiacere, ma sempre affiancata da un indistruttibile sorriso triste. Io osservo la scena quasi con rabbia, ma mi guardo bene dal muovere un muscolo. Mi giro verso mio padre e vedo che piange.
In silenzio. In pochi secondi gli è piovuto addosso un passato che è troppo uguale a quello di Nadir. Si asciuga le lacrime e l'unica cosa che riesce a dire è "Por fiol...", "Povero bambino..". Lo zio capisce il nostro stupore e più tardi ci spiega che nella loro cultura tutto ciò che è successo è normale. Non c'è molto spazio per la compassione nè per le moine. In Africa o in Marocco la dura vita di tutti i giorni lascia poco spazio per i sentimentalismi. Nadir ci guarda e noi due, io e mio padre, gli lanciamo delle occhiate come per dire "Non è niente dai non ci fare caso". Poi mio padre guarda me e io guardo lui, e come al solito non ci diciamo niente.
Solo qualche anno dopo, quando un amico di mio padre busserà alla porta dicendoci piangendo che Peppino si è "sentito male" mentre giocava a carte al bar, avrei capito meglio ciò che passò davanti agli occhi di mio padre e di Nadir quel giorno a Pergola...
E' estate. Nella bancarella a fianco alla nostra c'è Mohamed, cittadino marocchino che da anni vive in Italia a Umbertide. Vende dischi, audiocassette, magliette, il classico banco da Fiera di paese. Tenta di sbarcare il lunario con dignità, ma è perfettamente integrato in Umbria dove vive. Con lui una mattina si presenta Nadir.
Nadir è un bambino di poco più di dieci anni. I capelli arruffati e neri che quasi sembrano blu. Meduse che si ribellano in testa, spessi come chiodi. La pelle scura, gli occhi neri e grandi, i denti bianchissimi in un viso magro e affilato.
Nadir è lo zio Mohamed sono di una stirpe di una bellezza che lascia di sasso. Mohamed ha uno sguardo di fuoco che sembra tagliarti a fette. Sembra un guerriero berbero pronto alla battaglia. I suoi occhi ti trapassano come una spada. Nadir invece mi ricorda un cucciolo, con gli occhi spalancati e incantati, accompagnati sempre da un velo di allegra tristezza. Mio padre scherza con lo sconosciuto Nadir, come è suo solito. Mohamed ci spiega che il ragazzo è figlio di suo fratello che, in Marocco, è venuto a mancare da pochi giorni.
Lo zio non lo coccola. Lo tiene a distanza, lo redarguisce, lo comanda, lo bada. Nadir con l'eterno sorriso stampato sul volto però non ha bisogno di alcun rimprovero nè di nessuna guida, è l'emblema della bontà. Mio padre è anche lui orfano di padre dall'età di tre anni. Vedo che guarda il bambino senza parlare ma la sua bocca accenna un sorriso.
Mio padre è stato emigrante. In mia presenza non l'ho mai sentito pronunciare una frase razzista. Non l'ho mai sentito dire frasi del tipo: "Questi qua se ne devono tornare a casa". Fare il muratore per 12 anni in Svizzera, significa capire che quando uno ha fame cerca di mangiare, non c'è pezzo di carta che tenga. E' questo che mi ha sempre insegnato. Ad un certo punto Nadir fa qualcosa di cui non ci accorgiamo, probabilmente fa cadere un disco o rompe involontariamente un qualche oggetto.
Lo zio con fermezza, ma con uno sguardo che mi fa quasi svenire, inizia in lingua araba a rimproverarlo con durezza. I due sono su due livelli distanti anni luce. Lo zio comanda, il nipote deve obbedire, il resto non conta. Mentre parla, Mohamed gli punta il dito contro senza apparentemente considerare che suo fratello è morto da pochi giorni e che il ragazzo, forse, merita comprensione. La vita è dura e continua.
Davanti allo zio che con calma ma con severità lo rimproverà, Nadir mantiene i suoi enormi occhi spalancati e attenti, e un espressione di autentico dispiacere, ma sempre affiancata da un indistruttibile sorriso triste. Io osservo la scena quasi con rabbia, ma mi guardo bene dal muovere un muscolo. Mi giro verso mio padre e vedo che piange.
In silenzio. In pochi secondi gli è piovuto addosso un passato che è troppo uguale a quello di Nadir. Si asciuga le lacrime e l'unica cosa che riesce a dire è "Por fiol...", "Povero bambino..". Lo zio capisce il nostro stupore e più tardi ci spiega che nella loro cultura tutto ciò che è successo è normale. Non c'è molto spazio per la compassione nè per le moine. In Africa o in Marocco la dura vita di tutti i giorni lascia poco spazio per i sentimentalismi. Nadir ci guarda e noi due, io e mio padre, gli lanciamo delle occhiate come per dire "Non è niente dai non ci fare caso". Poi mio padre guarda me e io guardo lui, e come al solito non ci diciamo niente.
Solo qualche anno dopo, quando un amico di mio padre busserà alla porta dicendoci piangendo che Peppino si è "sentito male" mentre giocava a carte al bar, avrei capito meglio ciò che passò davanti agli occhi di mio padre e di Nadir quel giorno a Pergola...





