Caro V.
ieri ci hai lasciato e io non riesco a toglierti dalla mia testa.
I tuoi figli sono miei fraterni amici e nella tua casa ho passato momenti indimenticabili nel periodo della vita in cui tutto sembra possibile e la vita stessa sembra infinita.
Ho mangiato e dormito centinaia di volte sotto il tuo tetto ed entravo senza suonare o bussare alla tua porta, ero uno di famiglia. Erano anni spensierati col cane Buck, la mazza da cricket, i poster di Eros alle pareti e i giubbotti della Pop84. Erano anni di studio matto e disperatissimo, per gli altri, non per noi che inanellavamo bocciature e riparazioni a settembre come se piovesse. Bocciature che tu commentavi sempre con un "ma quant se testadecazzi!". Al mare avevamo l'ombrellone là in mezzo alla spiaggia, e ci mettevamo spesso sul lettino a "sbeciaccolare" sul tale o a distruggere la reputazione del tal altro e ci sganasciavamo dalle risate.
A volte sfrecciavo in sella al mio Si bianco per via Rossini e ti vedevo arrivare dalla città con la tua camicia a quadri slacciata sul petto, i tuoi calzoncini corti e le tue ciabatte e ti urlavo dal motorino. Allora mi fermavi e mi chiedevi "Ndo vai Quillo" come se non sapessi che in realtà andavo o venivo da casa tua. Quante risate, quante scene di vita quotidiana, quanti momenti difficili ripassano davanti ai miei occhi.
Come dimenticare Grippo inseguito dal cane Buck, alla fine di uno scherzo di pessimo gusto, che tenta con un sol balzo di saltare una rete di due metri e quasi ci riesce. Come dimenticare i pomeriggi stravaccati sul divano a rimandare lo studio di ora in ora. Come dimenticare le mangiate nella residenza di campagna di Sant Angelo, paese dal quale provenivi e che amavi, durante le quali ti mettevi al forno e sfornavi salsicce e bistecche come se piovesse. Finito di mangiare poi ci sdraiavamo sul prato e ridevamo come i pazzi, soprattutto quando prendevamo di punta qualcuno e lo vivisezionavamo nei suoi difetti e nelle sue manie.
Nel corso degli anni la vita, come logico, ci ha indirizzato in altre strade ma gente come noi che ha condiviso anni eccezionali e di amicizia vera non può perdersi di vista.
Ecco quindi che al mare ogni occasione era buona per farsi una chiacchierata, oppure con la L. mi passavi a trovare al mercato il giovedì o ci incontravamo in città durante una passeggiata.
A casa vostra, ripeto, sono stato come in famiglia e certe cose che confidavo a voi i miei non le hanno mai sapute.
Qualche anno fa avevi avuto dei problemi di salute, ma non sei il tipo che si piange addosso e dopo qualche tempo eri ritornato quello di sempre. Ciò mi aveva fatto felice.
Giovedì ti avevo visto l'ultima volta vicino al Bar di Peppe vicino a Piazza Duomo. Ti ho incrociato e ti ho chiesto dove andassi, mi hai risposto che andavi a vedere se avevano riparato il tuo televisore. Poi due parole, due battute veloci e un rapido saluto e sei ripartito verso Porta Fano con la tua solita andatura inconfondibile e con la tua testa di capelli ricci.
Ho pensato tra me e me che eri in forma, che ti avevo trovato bene. Poi ieri ho saputo la notizia ed è come se non mi avessero detto niente. Ho fatto finta di non capire e ancora adesso non provo nulla, nè rabbia, nè dolore, nè tristezza. Semplicemente incredulità.
Stanotte ho riflettuto molto su quei tempi spensierati e su questi tempi bastardi. Ho riflettuto sulla fulmineità della vita e sulla morte che allora ci sembrava esistere solo nei telefilm polizieschi americani.
Sempre più spesso mi capita di pensare, forse come forma estrema di autodifesa, che non può finire tutto così. Per questo spero che tu, amico dei miei anni più belli, ti unisca ai tanti, ormai troppi che ti hanno preceduto e che mi sono cari, in qualche pezzo di cielo o prateria o foresta in cui un giorno ci riuniremo.
Un pensiero diverso da questo ora, lo ritengo troppo pesante da sostenere, e sollevare macigni non è mai stata la mia specialità.
Ciao V. il tuo ricordo non svanirà perchè ci siamo divertiti a fare questo pezzo di strada insieme.......
Quilly
ieri ci hai lasciato e io non riesco a toglierti dalla mia testa.
I tuoi figli sono miei fraterni amici e nella tua casa ho passato momenti indimenticabili nel periodo della vita in cui tutto sembra possibile e la vita stessa sembra infinita.
Ho mangiato e dormito centinaia di volte sotto il tuo tetto ed entravo senza suonare o bussare alla tua porta, ero uno di famiglia. Erano anni spensierati col cane Buck, la mazza da cricket, i poster di Eros alle pareti e i giubbotti della Pop84. Erano anni di studio matto e disperatissimo, per gli altri, non per noi che inanellavamo bocciature e riparazioni a settembre come se piovesse. Bocciature che tu commentavi sempre con un "ma quant se testadecazzi!". Al mare avevamo l'ombrellone là in mezzo alla spiaggia, e ci mettevamo spesso sul lettino a "sbeciaccolare" sul tale o a distruggere la reputazione del tal altro e ci sganasciavamo dalle risate.
A volte sfrecciavo in sella al mio Si bianco per via Rossini e ti vedevo arrivare dalla città con la tua camicia a quadri slacciata sul petto, i tuoi calzoncini corti e le tue ciabatte e ti urlavo dal motorino. Allora mi fermavi e mi chiedevi "Ndo vai Quillo" come se non sapessi che in realtà andavo o venivo da casa tua. Quante risate, quante scene di vita quotidiana, quanti momenti difficili ripassano davanti ai miei occhi.
Come dimenticare Grippo inseguito dal cane Buck, alla fine di uno scherzo di pessimo gusto, che tenta con un sol balzo di saltare una rete di due metri e quasi ci riesce. Come dimenticare i pomeriggi stravaccati sul divano a rimandare lo studio di ora in ora. Come dimenticare le mangiate nella residenza di campagna di Sant Angelo, paese dal quale provenivi e che amavi, durante le quali ti mettevi al forno e sfornavi salsicce e bistecche come se piovesse. Finito di mangiare poi ci sdraiavamo sul prato e ridevamo come i pazzi, soprattutto quando prendevamo di punta qualcuno e lo vivisezionavamo nei suoi difetti e nelle sue manie.
Nel corso degli anni la vita, come logico, ci ha indirizzato in altre strade ma gente come noi che ha condiviso anni eccezionali e di amicizia vera non può perdersi di vista.
Ecco quindi che al mare ogni occasione era buona per farsi una chiacchierata, oppure con la L. mi passavi a trovare al mercato il giovedì o ci incontravamo in città durante una passeggiata.
A casa vostra, ripeto, sono stato come in famiglia e certe cose che confidavo a voi i miei non le hanno mai sapute.
Qualche anno fa avevi avuto dei problemi di salute, ma non sei il tipo che si piange addosso e dopo qualche tempo eri ritornato quello di sempre. Ciò mi aveva fatto felice.
Giovedì ti avevo visto l'ultima volta vicino al Bar di Peppe vicino a Piazza Duomo. Ti ho incrociato e ti ho chiesto dove andassi, mi hai risposto che andavi a vedere se avevano riparato il tuo televisore. Poi due parole, due battute veloci e un rapido saluto e sei ripartito verso Porta Fano con la tua solita andatura inconfondibile e con la tua testa di capelli ricci.
Ho pensato tra me e me che eri in forma, che ti avevo trovato bene. Poi ieri ho saputo la notizia ed è come se non mi avessero detto niente. Ho fatto finta di non capire e ancora adesso non provo nulla, nè rabbia, nè dolore, nè tristezza. Semplicemente incredulità.
Stanotte ho riflettuto molto su quei tempi spensierati e su questi tempi bastardi. Ho riflettuto sulla fulmineità della vita e sulla morte che allora ci sembrava esistere solo nei telefilm polizieschi americani.
Sempre più spesso mi capita di pensare, forse come forma estrema di autodifesa, che non può finire tutto così. Per questo spero che tu, amico dei miei anni più belli, ti unisca ai tanti, ormai troppi che ti hanno preceduto e che mi sono cari, in qualche pezzo di cielo o prateria o foresta in cui un giorno ci riuniremo.
Un pensiero diverso da questo ora, lo ritengo troppo pesante da sostenere, e sollevare macigni non è mai stata la mia specialità.
Ciao V. il tuo ricordo non svanirà perchè ci siamo divertiti a fare questo pezzo di strada insieme.......
Quilly





